Palazzo Falconieri – dal nostro tour “I segreti di Via Giulia”

Quanti segreti si nascondono nei palazzi romani! E non parlo dei segreti di un abusivismo mai sfiorato da condono edilizio, ma dei ben più rari tesori artistici ed architettonici, gelosamente custoditi dietro gli imponenti portoni delle più belle residenze storiche del centro.Tra questi il non sempre accessibile Palazzo Falconieri, sede della prestigiosa accademia d’Ungheria, dove mistero e bellezza si fondono in un architettura in cui ogni cosa sembra tendere verso l’alto. A partire dai due falconi in topless, volatile omaggio femminile alle rampolle della famiglia, che posti ai lati della facciata rivolta su via Giulia, fanno da sentinelle a questa antica residenza, passata di mano in mano tra le migliori casate fino a divenire nel Seicento proprietà della ricca famiglia fiorentina dei Falconieri. Famiglia che deve la sua fortuna al monopolio sul commercio del sale, una risorsa preziosa che, così come lascia intuire la tristemente celebre espressione “‘sto conto è troppo salato”, è sinonimo da sempre di grande ricchezza. La scalata al successo diventa quindi metafora di un’ascesa al cielo: il falco predatore dell’aria come stemma della famiglia, i misteriosi soffitti dalle simbologie massoniche che catturano lo sguardo verso l’alto, e un’altana sospesa nel vuoto da cui dominare con lo sguardo l’intera città.

E’ proprio in questo palazzo che scopriamo gli aspetti più intimi e personali del grande genio del barocco Francesco Borromini. Di lui conosciamo la pittoresca rivalità col Bernini, tramandata da un’aneddotica che sconfina nel gossip tra dispetti e gelosie da primedonne, ma che li vedeva divisi soprattutto nel carattere. Il Bernini mondano e perfettamente a suo agio nella corte pontificia, tra feste, intrighi e lecchinaggi, il secondo introverso e solitario. Poco amato dai suoi allievi e probabilmente vittima di un profondo conflitto interiore che lo vedeva scisso tra una fortissima religiosità e una pari attrazione verso l’esoterismo e la simbologia occulta, molto di moda nei circoli culturali dell’epoca. Scalpellino dall’infanzia, membro attivo della corporazione dei muratori (associazione a cui si ispirò la massoneria nel secolo successivo, sia nella struttura organizzativa che nell’immagine coordinata: il simbolo della squadra e del compasso come antico logo e il mito della divinità suprema come grande architetto dell’universo), il Borromini resta ancora oggi un rompicapo intorno al quale si danno le interpretazioni più disparate sulla simbologia nascosta nei suoi capolavori.

Ma è proprio a Palazzo Falconieri che tutto diventa ancora più evidente, in un lavoro commissionatogli alla fine della carriera e della sua vita in un ambiente più intimo e familiare, proprio dal suo amico Orazio Falconieri, con il quale condivideva gli stessi interessi nel campo della mistica esoterica. Al Borromini si deve infatti l’elaborata decorazione a stucchi dorati dei salotti del piano nobile. Salottini piccoli, appartati, intimi, poco adatti alle grandi feste e certamente più appropriati per conversazioni private, riunioni elitarie di pochi appassionati alle discussioni allora tanto in voga sui temi dell’alchimia e dell’occulto. Tre cerchi intersecati tra loro e un grande sole posto al centro dominano la scena nel soffitto della prima sala. Il tre come trinità? Come numero perfetto? Il classico trittico per tutti i gusti “corpo/anima/spirito”? Lasciate per un momento da parte i misteri alla Dan Brown e soffermatevi piuttosto sull’aspetto ludico dell’opera. E come in un quiz della settimana enigmistica di 4 secoli fa divertitevi a scovare tutti gli animali, insetti e uccelli che il genio si è dilettato a mimetizzare nella ricchissima decorazione a girali di piante. Pesci, anatre e gechi vengono fuori dagli intarsi a stucco come nei migliori trip di gioventù. L’ironia del barocco che diventa inganno e ricerca, torcicollo e vertigini.

Nella sala seguente ripiomberemo nuovamente nella simbologia più ancestrale con il grande uroboro, il serpente che si morde la coda a rappresentare un ciclo infinito dove la fine corrisponde al principio. Ai due estremi un occhio che spunta fra i raggi, un globo percorso da meridiani e paralleli e un lungo scettro che partendo dall’occhio (da Dio o dal grande architetto?) si appoggia (governa) sul mondo. Tanta carne al fuoco per una lettura dai contorni esoterici i cui temi confluiranno nella nascente massoneria, che vedrà la luce solo agli inizi del secolo successivo. E da bravi profani rimarrete affascinati dalle suggestioni di una simbologia che ci riporta al potere, al mistero, all’occulto, alla materia e al paganesimo in quell’eterno quesito che continua a tormentarci da sempre: “ma alla fine che cazzo vor dì?”.

 

Se siete stanchi di guardare a testa in su allora è il momento di cambiare prospettiva e dall’alto volgere lo sguardo verso il basso: tre piani di scale ci portano fin sulla loggia, e ancora più su, in quell’altana sospesa su Roma. Ben più in alto dell’antistante palazzo Farnese, volutamente più in alto dei propri vicini, in un moto d’orgoglio della nuova borghesia contro la vecchia nobiltà. Trecentosessanta gradi di una Roma mozzafiato abbracciata da un terrazzino ristretto e aperto all’infinito, dove gli spazi si fondono nella continuità dello sguardo di enigmatiche erme bifronti che si rivolgono contemporaneamente all’esterno e all’interno. Mi piace immaginare un riservatissimo Borromini autocompiacersi nel vedere svettare proprio lì di fronte la sorprendente cupola a spirale di S.Ivo alla Sapienza, il suo più grande capolavoro, di cui dal basso si fatica a trovare l’ingresso, ma che caratterizza nel modo più inconfondibile e originale qualunque veduta dai tetti della città. Percorrendo la scaletta a chiocciola d’accesso, quasi vengono a mancare i punti di riferimento, e la sensazione di elevarsi nel vuoto del cielo romano metterà alla prova anche i più immuni alle vertigini.

Artista profondamente tormentato, di lì a poco Borromini avrebbe lasciato la sua città d’adozione e il mondo con una morte spettacolare ed eccessiva proprio come il suo barocco. L’ultimo inganno di un grande maestro che, anche nel gran finale, lanciandosi da solo su una spada puntata ad arte da lui stesso contro se stesso, ha giocato per l’ultima volta con un’inversione della prospettiva. Di lui ci restano le facciate più originali di Roma e un motto condiviso dalla propria corporazione muratoria: “esporre segretamente e dimostrare silenziosamente”. E questa sua ultima opera, esposta segretamente nell’intimità di una dimora privata, sembra esserne la più coerente conferma.

Palazzo Falconieri è una delle tappe della nostra visita “I segreti di Via Giulia”

 

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